Voluntary Action Facilitates Self-Other Discrimination but Leaves Metacognition Unchanged
Questo studio dimostra che, sebbene l'azione volontaria aumenti la sensibilità percettiva nella discriminazione tra sé e l'altro, essa non migliora corrispondentemente il monitoraggio metacognitivo, suggerendo che questi due processi si affidino a meccanismi parzialmente indipendenti.
Articolo originale sotto licenza CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/). Questa è una spiegazione generata dall'IA di un preprint non sottoposto a revisione paritaria. Non è un consiglio medico. Non prendere decisioni sulla salute basandoti su questo contenuto. Leggi il disclaimer completo
Ogni giorno navighiamo in un mondo in cui alcune cose accadono perché le facciamo noi, e altre accadono nonostante noi. Quando allungate la mano verso una tazza e questa si muove verso la vostra mano, provate un senso di agenzia, una silenziosa certezza di essere voi la causa. Ma se quella stessa tazza scivola sulla tavola da sola, il vostro cervello deve decidere rapidamente che non siete voi a muoverla. Questa capacità di distinguere tra le azioni compiute da sé e quelle causate da altri è la base di come sperimentiamo il controllo. È una competenza che utilizziamo costantemente, dal guidare un'auto al sostenere una conversazione, ed è così fondamentale che, quando si guasta, come può accadere in certi disturbi mentali, il nostro senso di realtà può diventare instabile. Gli scienziati sanno da tempo che il cervello utilizza due modi principali per capire cosa stia accadendo. Un modo si basa su una previsione: prima di muovervi, il vostro cervello invia un segnale ai muscoli e contemporaneamente invia una copia di quel segnale ai centri sensoriali per dire: "Sto per fare questo, quindi aspettati di sentire questo". Se la sensazione corrisponde alla previsione, sapete che siete stati voi. L'altro modo è più semplice; cerca dei modelli. Anche senza una previsione perfetta, se la vostra mano si muove e una luce sullo schermo si muove nello stesso momento, il vostro cervello può apprendere questa connessione attraverso la ripetizione.
Un team di ricercatori dell'Istituto di Scienza e Tecnologia di Okinawa e dell'Università Rikkyo si è posto l'obiettivo di vedere se questi due modi di conoscere sono diversi anche per quanto riguarda quanto ci sentiamo sicuri dei nostri giudizi. Volevano sapere se la capacità del cervello di prevedere le proprie azioni ci rende non solo più bravi a distinguere tra sé e l'altro, ma anche più bravi a sapere di avere ragione. Per testare questo, hanno costruito un dispositivo in grado di muovere la mano di una persona al posto suo. In un set di prove, i partecipanti muovevano una leva con la propria mano, e in un altro, la macchina muoveva la leva per loro, costringendo la loro mano lungo un percorso che non avevano scelto. Mentre la loro mano si muoveva, due forme su uno schermo — un quadrato e un cerchio — oscillavano. Una forma si muoveva in sincronia con la mano, mentre l'altra si muoveva casualmente. I partecipanti dovevano scegliere quale forma fosse collegata alla loro mano e poi valutare quanto fossero sicuri della loro scelta.
I risultati hanno mostrato una netta divisione tra ciò che i partecipanti potevano fare e come si sentivano riguardo a ciò che potevano fare. Quando le persone muovevano le proprie mani, erano significativamente più brave nell'identificare la forma corretta rispetto a quando le loro mani venivano mosse per loro. Ciò suggerisce che avere la capacità di prevedere il proprio movimento fornisce al cervello uno strumento più affilato per distinguere le proprie azioni dal mondo circostante. Tuttavia, quando i ricercatori hanno esaminato le valutazioni di fiducia, la storia è cambiata. Sebbene i soggetti che si muovevano volontariamente fossero effettivamente più sicuri dei soggetti che si muovevano involontariamente a livelli di controllo più elevati (60% e 70%), questo vantaggio non si è tradotto in una migliore sensibilità metacognitiva. La capacità di giudicare quanto si stia facendo bene non è migliorata solo perché la persona era in controllo. Invece, la sensibilità metacognitiva non ha mostrato differenze comparabili a livello di gruppo tra le due condizioni e ha esibito una sostanziale variabilità individuale, con alcune persone molto sicure delle proprie risposte e altre meno, indipendentemente dal fatto che si stessero muovendo o venissero mosse.
Questa scoperta punta a una affascinante separazione nel modo in cui i nostri cervelli funzionano. Sembra che il meccanismo che ci aiuta a rilevare l'agenzia — la sensazione di essere in controllo — possa essere affinato dall'azione volontaria, ma il meccanismo che monitora quanto sia affidabile quella sensazione operi in modo diverso. I ricercatori suggeriscono che, mentre il cervello usa il suo potere predittivo per rendere il giudizio iniziale di controllo più preciso, la parte del cervello che controlla la qualità di quel giudizio non sembra dipendere dagli stessi segnali di previsione. Invece, potrebbe dipendere da altri fattori che rimangono costanti, sia che ci stiamo muovendo o che veniamo mossi. Lo studio non ha trovato prove del fatto che essere in controllo ci renda migliori nel sapere che siamo in controllo. Ci rende semplicemente più bravi a sapere che siamo in controllo. Questa distinzione aiuta a spiegare perché possiamo a volte sentirci certi delle nostre azioni anche quando la nostra percezione è fallace, o perché potremmo dubitare della nostra agenzia anche quando stiamo agendo liberamente. Il lavoro evidenzia che il senso di agenzia non è un sentimento unico e unificato, ma un complesso intreccio di processi diversi, dove la capacità di agire e la capacità di monitorare quell'azione possono essere potenziate indipendentemente.
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