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“I Wouldn't Forgive Me”: Apology, Forgiveness, and Self-Forgiveness Among Incarcerated Men and Women

Basandosi su interviste condotte con quaranta individui detenuti in Israele, questo studio rivela che, sebbene le scuse siano viste come una pratica morale di responsabilità, il perdono rimane un orizzonte incerto e spesso irraggiungibile, con distinte differenze di genere che emergono laddove gli uomini si concentrano sulla responsabilità della vittima e le donne sull'appartenenza familiare e sull'identità fallace.

Autori originali: Inbal Peleg-Koriat, Dana Weimann-Saks

Pubblicato 2026-08-25
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Autori originali: Inbal Peleg-Koriat, Dana Weimann-Saks

Articolo originale sotto licenza CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/). Questa è una spiegazione generata dall'IA dell'articolo qui sotto. Non è stata scritta né approvata dagli autori. Per precisione tecnica, consulta l'articolo originale. Leggi il disclaimer completo

Quando una persona causa un danno profondo a un'altra, il mondo morale che abita si frattura. L'atto crea un divario tra chi era e chi è diventato, e un abisso tra sé e la persona che ha ferito. Per decenni, psicologi e sociologi hanno studiato come le persone cerchino di colmare questo divario. Due concetti si trovano al centro di questo sforzo: la scusa e il perdono. Una scusa non è semplicemente dire "mi dispiace". È un atto morale in cui la persona che ha causato il danno ammette il proprio errore, accetta la responsabilità e cerca di riparare la dignità di chi è stato ferito. Il perdono, d'altro canto, è qualcosa che la vittima concede. Non è un premio che l'offensore può pretendere, né un passo che segue automaticamente una scusa. È una scelta separata e incerta fatta dalla persona che è stata ferita.

Nel contesto ad alta tensione di una prigione, questi concetti assumono un peso maggiore. Qui, il danno è già stato etichettato dallo Stato come un crimine, e la persona che lo ha causato è privata della libertà e spesso della propria identità sociale. I ricercatori si sono spesso chiesti come le persone in questa situazione pensino a rimediare. Vedono la scusa come un modo per sistemare il proprio carattere? Credono di poter essere mai perdonati? E forse la cosa più difficile: possono perdonare se stessi senza negare la gravità di ciò che hanno fatto? Comprendere queste lotte interne è cruciale perché il modo in cui una persona vede la propria capacità di cambiare determina spesso se potrà eventualmente lasciare il crimine alle spalle e costruire una nuova vita.

Un team di ricercatori del College Max Stern Yezreel Valley in Israele si è proposto di esplorare queste domande ascoltando direttamente le voci di chi si trova dietro le sbarre. Non hanno condotto nuovi esperimenti o sondaggi; invece, hanno eseguito un esame profondo e attento di quaranta interviste esistenti. Queste conversazioni erano state originariamente registrate con ventitré uomini e diciassette donne detenute in varie carceri in Israele. I partecipanti variavano in età dai venti ai sessantanove anni e provenivano da diversi contesti religiosi e culturali, inclusi le comunità ebraiche e musulmane. I ricercatori hanno chiesto loro di riflettere sulle proprie offese, sui rapporti con le vittime e sui sentimenti riguardo alla possibilità del perdono. Analizzando le storie raccontate da questi uomini e donne, i ricercatori hanno scoperto un complesso panorama di colpa, vergogna e la disperata speranza di una riparazione morale.

Lo studio ha rivelato che, per questi individui incarcerati, una scusa non era mai solo una frase cortese o un requisito formale. Al contrario, la descrivevano come un profondo dovere morale. Era un modo per riconoscere di aver causato dolore e di assumersi la responsabilità di quel dolore. Un uomo, che era in prigione da ventidue anni, ha spiegato che voleva dire alle sue vittime cosa era successo perché "è la cosa giusta da fare", indipendentemente dal fatto che loro volessero mai parlargli di nuovo. Una donna ha riecheggiato questo sentimento, dicendo che sentiva di dover chiedere perdono semplicemente perché era la cosa giusta da fare, anche se non si aspettava di riceverlo. Per questi individui, l'atto di scusarsi riguardava meno il cambiare il passato e più il confrontarsi con la verità di ciò che avevano fatto.

Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto che uomini e donne affrontano spesso questo lavoro morale in modi differenti. Per gli uomini, l'attenzione era frequentemente rivolta alla vittima diretta. Parlavano della scusa come di un modo per restituire rispetto e dignità alla persona specifica che avevano ferito. Immaginavano di affrontare quella persona, ammettere il proprio errore e restituire l'onore che avevano tolto. Il loro desiderio di perdono era legato all'idea di essere visti come qualcuno che aveva accettato la responsabilità. Al contrario, le donne parlavano spesso della scusa in termini di famiglia e appartenenza. Le loro storie ruotavano attorno al danno arrecato ai propri figli, ai genitori e al proprio cerchio più ampio di parenti. Per loro, chiedere perdono era un tentativo di ricostruire i legami spezzati che definivano le loro vite. Speravano di essere viste di nuovo non solo come criminali, ma come madri, figlie o sorelle che ancora ci tengono.

Il concetto di perdono stesso era visto con un misto di desiderio e profondo scetticismo. Quasi tutti esprimevano un forte desiderio di essere perdonati, eppure quasi tutti credevano che ciò non sarebbe mai accaduto. Questo non perché pensassero che le vittime fossero crudeli, ma perché sentivano di non avere il diritto di pretendere nulla. Un uomo lo ha riassunto semplicemente: "Se fossi al loro posto, non perdonerei me stesso nemmeno io". Questa incredulità assumeva forme diverse per uomini e donne. Gli uomini temevano spesso la reazione fisica ed emotiva della vittima. Temevano di essere accolti con rabbia, rifiuto o persino violenza se avessero mai tentato un incontro faccia a faccia. Le donne, invece, lottavano maggiormente con un senso di vergogna interiore. Sentivano che la loro identità era così macchiata dalle loro azioni da essere viste come "mostri" che non potevano mai essere redenti. Credevano che, nonostante tutto il cambiamento, le persone ferite avrebbero visto solo la cosa peggiore che avessero mai fatto.

Forse la parte più difficile di questo viaggio morale era la lotta con il perdono di sé. I ricercatori hanno scoperto che i partecipanti non cercavano un modo per liberarsi dalle proprie responsabilità. Non volevano fingere che il danno non fosse avvenuto. Invece, stavano cercando di capire come vivere con il pesante fardello delle proprie azioni senza esserne schiacciati. Per gli uomini, questa lotta era spesso legata al senso di colpa: la sensazione di aver fatto una cosa brutta e di doverne sopportare le conseguenze. Parlavano di uno sforio quotidiano di affrontare se stessi e accettare la propria responsabilità. Per le donne, la lotta era spesso legata alla vergogna: la sensazione di essere persone fondamentalmente cattive. Temevano di essere irredimibili, che la loro stessa natura fosse difettosa. Questa distinzione è vitale: la colpa si concentra sull'atto, mentre la vergogna si concentra sul sé. I racconti delle donne suggerivano che l'ambiente carcerario, unito alle aspettative sociali su come dovrebbero comportarsi le donne, le facesse sentire come se la loro intera identità fosse infranta, non solo le loro azioni.

Lo studio suggerisce che, per le persone in prigione, il percorso verso il cambiamento non è una linea retta dal crimine alla libertà. È un complesso paesaggio morale dove devono imparare a sostenere due verità difficili contemporaneamente: che sono responsabili del danno causato, e che sono ancora capaci di essere molto più di quel danno. I ricercatori sottolineano che il perdono degli altri non è qualcosa che può essere garantito o forzato. Rimane una possibilità incerta che appartiene alla vittima. Tuttavia, il lavoro della scusa e la lotta per il perdono di sé sono parti essenziali del processo interno di cambiamento. Riconoscendo i propri errori e cercando di riparare il danno morale, anche senza la promessa di una riconciliazione, questi individui stanno intraprendendo una forma di lavoro morale che è centrale per la loro capacità di lasciare infine il passato alle spalle. Lo studio conclude che la riabilitazione non consiste solo nell'imparare nuove abilità o nel seguire le regole; riguarda il difficile, costante lavoro di ricostruire un senso di sé capace di portare il peso della responsabilità senza crollare sotto di esso.

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