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The Politics of Evidence Use: Trust and Knowledge Hierarchies

Questo studio rivela che l'accettazione e l'uso delle prove sono fondamentalmente plasmati da dinamiche di potere, reputazione istituzionale e gerarchie epistemiche piuttosto che dalla verità oggettiva, con un sondaggio condotto su 242 stakeholder che evidenzia un pregiudizio pervasivo verso le fonti del Nord Globale e sottolinea l'urgente necessità di ecosistemi di evidenza più equi e inclusivi che riconoscano diversi sistemi di conoscenza.

Autori originali: Ernest Alang Wung, Gloria Akah Ndum Okwen, Ntam Damaris Maih, Andong Marian Engubia, Mark Tata Kelese, Kinlabel Okwen Tetamiyaka Tezok, Tangang Andrew Tangang, Nain Mirabel Yuh, Pambe Miong Rigobert H
Pubblicato 2026-09-01
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Autori originali: Ernest Alang Wung, Gloria Akah Ndum Okwen, Ntam Damaris Maih, Andong Marian Engubia, Mark Tata Kelese, Kinlabel Okwen Tetamiyaka Tezok, Tangang Andrew Tangang, Nain Mirabel Yuh, Pambe Miong Rigobert Hanny, Ngem Bede Yong, Patrick Mbah Okwen

Articolo originale sotto licenza CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/). Questa è una spiegazione generata dall'IA dell'articolo qui sotto. Non è stata scritta né approvata dagli autori. Per precisione tecnica, consulta l'articolo originale. Leggi il disclaimer completo

Nel mondo delle politiche pubbliche e dello sviluppo internazionale, esiste una convinzione radicata secondo cui il modo migliore per risolvere i problemi sia seguire l'evidenza. Questa idea suggerisce che, se i leader si limitassero ad analizzare i fatti — dati provenienti da studi, rapporti ed esperimenti — farebbero le scelte giuste per la salute, l'istruzione e la crescita economica. Per decenni, l'approccio standard è stato quello di trattare certi tipi di informazioni come superiori ad altri. Gli studi scientifici sottoposti a revisione paritaria (peer-reviewed), specialmente quelli condotti nelle nazioni ricche, sono spesso posti al vertice di una scala di fiducia, mentre le storie locali, le esperienze delle comunità e i dati provenienti dalle regioni in via di sviluppo vengono relegati in fondo. Ciò crea un sistema in cui la fonte di un fatto conta più del fatto stesso. Ma un nuovo studio pone una domanda difficile: questa gerarchia aiuta davvero a prendere decisioni migliori, o serve semplicemente a rafforzare i vecchi schemi di potere? I ricercatori volevano capire come funziona la fiducia nel mondo reale, non solo nella teoria. Hanno esplorato se chi detiene il potere utilizzi effettivamente le migliori informazioni disponibili o se ignori preziose conoscenze locali semplicemente perché provengono dal posto sbagliato o dalla persona sbagliata.

Per trovare la risposta, un team di ricercatori di Effective Basic Services in Africa, guidato da Ernest Alang Wung, ha condotto un ampio sondaggio su 242 professionisti che lavorano nella ricerca, nel governo, nel non-profit e nello sviluppo. Questi partecipanti provenivano da molti paesi e contesti differenti; la stragrande maggioranza, circa l'88 percento, lavorava nel Sud del mondo — termine utilizzato per le nazioni a basso e medio reddito. Il team ha chiesto a questi professionisti di valutare quanto si fidassero di diverse fonti di informazione, dai giornali accademici ai rapporti delle comunità locali. Ha inoltre chiesto se credessero che la reputazione di un'istituzione o la politica di una situazione influenzassero l'accettazione dei fatti. L'obiettivo era vedere se l'ideale di utilizzare l'evidenza per guidare le politiche corrisponda alla realtà disordinata di come le decisioni vengono effettivamente prese.

I risultati hanno rivelato una divisione netta e persistente. Quando interrogati su quale fosse la fonte di evidenza più affidabile, il 55 percento dei rispondenti ha indicato la ricerca sottoposta a revisione paritaria. Si tratta della letteratura scientifica formale che viene verificata da altri esperti prima della pubblicazione. Al contrario, solo il 16 percento si è fidato della conoscenza locale o indigena, che include la saggezza tramandata attraverso le generazioni all'interno di una comunità. Un altro 13 percento si è fidato dei rapporti delle organizzazioni non governative e il 12 percento dei rapporti governativi. Questo divario suggerisce che, anche tra coloro che lavorano quotidianamente con problemi locali, lo standard d'oro rimane lo studio scientifico formale. Tuttavia, lo studio ha anche rilevato che questa fiducia non si basa esclusivamente sulla qualità dei dati. Un dato sorprendente è che il 75,6 percento dei rispondenti ha concordato sul fatto che gli studi provenienti dal Nord del mondo siano spesso considerati più autorevoli rispetto alle evidenze provenienti dal Sud del mondo, indipendentemente dal contenuto effettivo. Inoltre, l'80,2 percento ha affermato che la reputazione dell'istituzione che produce il rapporto è un fattore determinante per l'utilizzo di tale evidenza.

Il sondaggio ha dipinto il quadro di un sistema in cui la fiducia è distribuita in modo disomogeneo. Le collaborazioni di ricerca internazionali e i ricercatori accademici hanno ricevuto i rating di fiducia più elevati, mentre i ministeri governativi, le organizzazioni mediatiche e i gruppi religiosi hanno ricevuto valutazioni molto più basse. Questo schema si mantiene costante anche quando i dati locali sono altamente rilevanti per il problema specifico in questione. I ricercatori hanno scoperto che quasi la metà dei rispondenti ha ammesso di aver ignorato evidenze in passato semplicemente perché non si fidava della fonte. Questa è una scoperta cruciale perché dimostra che l'evidenza non è trattata come uno strumento neutrale. Al contrario, essa viene filtrata attraverso una lente di credibilità plasmata da chi parla e da dove parla. Lo studio suggerisce che quando un decisore politico vede un rapporto di un prestigioso organismo internazionale, è più propenso ad accettarlo rispetto a un rapporto di un gruppo comunitario locale, anche se il rapporto locale offre un quadro più accurato della situazione sul campo.

Anche la natura politica di questo processo è stata chiarita. Una forte maggioranza, l'81,4 percento, ha concordato sul fatto che le considerazioni politiche talvolta prevalgano sui dati di fatto quando si formulano le politiche. Ciò conferma che il processo decisionale non è una semplice questione di analisi dei numeri e scelta dell'opzione migliore. È invece una negoziazione complessa dove il potere, le relazioni e gli interessi istituzionali giocano un ruolo enorme. I ricercatori hanno osservato che le agenzie donatrici e le priorità di finanziamento influenzano pesantemente quali tipi di dati vengono raccolti e utilizzati. Se un donatore desidera un certo tipo di risultato, l'evidenza prodotta spesso si allinea a quel desiderio, piuttosto che riflettere la piena realtà della situazione. Ciò crea un ciclo in cui la conoscenza locale è svalutata, non perché sia scadente, ma perché non si adatta alle regole stabilite di ciò che conta come scienza "reale".

Nonostante queste sfide, lo studio ha riscontrato un forte desiderio di cambiamento. Un schiacciante 83,9 percento dei rispondenti ha concordato sul fatto che combinare la conoscenza indigena con la ricerca scientifica porti a migliori risultati nelle politiche pubbliche. Allo stesso modo, l'83,5 percento ha creduto che la ricerca condotta insieme alle comunità, anziché solo su di esse, renda i dati più affidabili. Ciò suggerisce che le persone che operano sul campo riconoscono i limiti dell'attuale sistema. Vedono che affidarsi solo alla ricerca formale di stampo occidentale fa perdere contesti importanti. Tuttavia, esiste un divario tra ciò che le persone ritengono debba accadere e ciò che accade realmente. Solo circa la metà dei rispondenti ha ritenuto che le proprie organizzazioni avessero la capacità di valutare e utilizzare efficacemente diversi tipi di dati. Anche le barriere linguistiche rimangono un ostacolo significativo, con il 75,2 percento che afferma che le differenze linguistiche limitano l'uso di certe fonti di evidenza. Ciò significa che preziose informazioni scritte nelle lingue locali rimangono spesso non lette dai decisori internazionali che parlano solo inglese.

Lo studio ha anche esaminato se queste dinamiche differiscano tra il Nord e il Sud del mondo. Sebbene i modelli generali fossero simili, l'esperienza del pregiudizio era più forte per coloro che vivevano nel Sud del mondo. I rispondenti di queste regioni hanno riferito di percepire in modo più acuto la pressione del pregiudizio del Nord e l'influenza dei donatori. Erano più propensi a dire che i dati locali vengono ignorati dagli stakeholder esterni. Al contrario, coloro che provenivano dal Nord del mondo mostravano una fiducia leggermente superiore nelle fonti accademiche formali e avevano meno probabilità di dichiarare di aver ignorato evidenze a causa della mancanza di fiducia. Eppure, entrambi i gruppi concordavano sul fatto che l'attuale sistema sia difettoso e che sia necessario un approccio più inclusivo. I ricercatori hanno concluso che, affinché l'evidenza possa davvero informare le politiche, il sistema deve cambiare. Deve passare da una rigida gerarchia che privilegia un tipo di conoscenza rispetto a un altro verso un ecosistema più equo, basato su trasparenza, rilevanza e partnership.

In definitiva, questa ricerca evidenzia che il problema non è la mancanza di dati, ma la mancanza di fiducia nei posti giusti. Gli autori suggeriscono che risolvere questo problema richieda molto più di semplici statistiche migliori o più studi. Richiede un cambiamento nel modo in cui valorizziamo la conoscenza. Se vogliamo politiche che funzionino per le persone che dovrebbero aiutare, dobbiamo imparare a fidarci delle persone che vivono quelle realtà. Ciò significa dare peso alle storie delle comunità, agli approfondimenti dei professionisti locali e alla saggezza dei sistemi indigeni, trattandoli non come secondari rispetto alla scienza, ma come parti essenziali del quadro completo. Lo studio non pretende di aver risolto il problema, ma fornisce una mappa chiara di dove si trovino gli ostacoli. Dimostra che finché non affronteremo le profonde disuguaglianze nel modo in cui la conoscenza viene valorizzata, la promessa di un processo decisionale basato sulle evidenze rimarrà fuori portata per molti.

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