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Mental health experiences of youths with psychosis during the COVID-19 pandemic in Zimbabwe

Questo studio qualitativo su 30 giovani con psicosi in Zimbabwe rivela che la pandemia di COVID-19 ha esacerbato la loro vulnerabilità attraverso un'ansia pervasiva, difficoltà socio-economiche e sistemi di supporto inadeguati, sottolineando l'urgente necessità di una preparazione alle crisi inclusiva e di interventi mirati per le persone con disabilità psicosociali.

Autori originali: LLOYD DZAPASI, Victoria Simms, TICHAONA GUMUNYU, RITSUKO KAKUMA, EPIPHANIA MUNETSI, NYARADZO GOBA, TOM SHAKESPEARE, MUSA BUYANGA, DIXON CHIBANDA

Pubblicato 2026-07-27
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Autori originali: LLOYD DZAPASI, Victoria Simms, TICHAONA GUMUNYU, RITSUKO KAKUMA, EPIPHANIA MUNETSI, NYARADZO GOBA, TOM SHAKESPEARE, MUSA BUYANGA, DIXON CHIBANDA

Articolo originale sotto licenza CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/). Questa è una spiegazione generata dall'IA dell'articolo qui sotto. Non è stata scritta né approvata dagli autori. Per precisione tecnica, consulta l'articolo originale. Leggi il disclaimer completo

Immaginate la mente umana come una città complessa e frenetica. Per la maggior parte delle persone, le strade sono larghe, il traffico scorre senza intoppi e, quando arriva una tempesta, ci sono molti ponti robusti e rifugi di emergenza per aiutare tutti ad attraversarla. Ma per alcuni, la città è costruita su un terreno instabile, con vicoli stretti e strutture fragili. Queste sono persone che vivono con disabilità psicosociali, come la psicosi, dove la "città" mentale può talvolta sembrare sopraffatta dal rumore, dalla confusione o dalla paura. Ora, immaginate che una nebbia massiccia e invisibile avvolga tutto, bloccando l'intero mondo. Questa è la pandemia di COVID-19. Quando il mondo si ferma, tutti ne avvertono l'impatto, ma per coloro le cui città mentali sono già fragili, la nebbia non si limita a bloccare la vista; può far sentire l'intera città come se stesse crollando. Gli scienziati e i medici sanno da tempo che i disastri colpiscono più duramente i gruppi vulnerabili, ma avevano bisogno di sapere esattamente come questo accadesse per i giovani con psicosi in un luogo come lo Zimbabwe, dove le risorse sono già scarse. Volevano capire se la nebbia facesse crollare la città o se ci fossero modi per costruire ponti più forti per il futuro.

Questo studio, condotto da ricercatori dell'Università dello Zimbabwe e della London School of Hygiene & Tropical Medicine, si concentra su 30 giovani tra i 18 e i 24 anni che erano stati diagnosticati con psicosi ma che erano attualmente stabili. I ricercatori non si sono limitati a esaminare le cartelle cliniche; hanno alzato il telefono e hanno avuto conversazioni profonde, uno a uno, con questi giovani per ascoltare le loro storie. Pensatelo come l'ascolto dei residenti di quella fragile città mentale che descrivono cosa si è provato quando i lockdown hanno trasformato le strade in vicoli ciechi.

La prima cosa di cui i giovani hanno parlato è stata una paura profonda e pervasiva che chiamavano kukwata covid — un termine locale che cattura la sensazione di "prendere" il virus. Non era solo una preoccupazione; era un'ansia costante e ronzante. Gran parte di questa paura derivava dall' "infodemia", un termine che i ricercatori usano per descrivere un flusso di informazioni così travolgente che è difficile distinguere ciò che è reale. I social media erano la fonte principale di questo flusso. Per questi giovani, scorrere il telefono non era solo un passatempo; era una finestra su un mondo in cui vedevano video terrificanti di persone che crollavano e morivano. Era come cercare di imparare a nuotare mentre ti vengono mostri continui filmati di naufragi. Sapevano di dover proteggersi, ma le informazioni erano spesso contrastanti o impossibili da verificare. Un giovane ha descritto l'orrore di vedere persone morire "ogni secondo" sui loro schermi, rendendo difficile concentrarsi su come effettivamente restare al sicuro.

Poi c'era il problema delle "regole". Il governo e gli esperti sanitari davano istruzioni come "stare a sei piedi di distanza" o "usate il vostro bagno". Ma per molti di questi giovani che vivevano in quartieri densamente popolati, queste regole erano come cercare di inserire un perno quadrato in un buco rotondo. Un partecipante ha sottolineato l'assurdità: "Siamo in undici a usare un unico bagno. Come si fa?". Non era che non volessero seguire le regole; era che le regole non si adattavano alla realtà delle loro vite. I lockdown hanno trasformato le loro case in gabbie, e la mancanza di spazio ha reso la paura del virus ancora più soffocante.

Forse la parte più dolorosa della storia è stata il silenzio. In Zimbabwe, la comunità è tutto. Chiese, incontri familiari e gruppi di supporto sono le reti di sicurezza che raccolgono le persone quando iniziano a cadere. Ma i lockdown hanno tagliato queste reti. I giovani hanno descritto un senso di isolamento profondo. Per alcuni, la chiesa era l'unica fonte di forza, e improvvisamente non era permesso riunirsi per pregare. Per altri, i gruppi di supporto "Friendship Bench" — dove solitamente si sedevano insieme, condividono storie e lavorano persino a progetti per generare reddito — sono stati costretti a spostarsi su WhatsApp. Ma una chat digitale non è la stessa cosa che sedersi in cerchio con gli amici. Un partecipante ha detto che sembrava che "tutto stesse crollando" perché non si possono davvero condividere i propri sentimenti o emozioni attraverso uno schermo come si fa di persona. La connessione fisica che li aiutava a guarire era scomparsa, sostituita da un vuoto digitale.

Lo studio ha anche gettato luce sulla tempesta economica. L'economia dello Zimbabwe è in gran parte informale, il che significa che la maggior parte delle persone, comprese le famiglie di questi giovani, dipende dal lavoro quotidiano come il commercio ambulante o il barbiere per mangiare. Quando i lockdown sono arrivati, i mercati si sono chiusi e le strade si sono svuotate. È stato come se qualcuno avesse improvvisamente spento l'acqua in un giardino. Un giovane ha spiegato che suo padre, un barbiere, non poteva lavorare, lasciando la famiglia in difficoltà per pagare l'affitto e il cibo. Un'altra giovane donna, che stava per avviare un'attività di vendita di abbigliamento, ha visto i suoi piani congelati perché non poteva viaggiare per rifornirsi. La pandemia non ha solo fermato il virus; ha fermato i soldi, e senza soldi, lo stress della vita quotidiana è salito alle stelle, rendendo ancora più difficile mantenere stabile la propria salute mentale.

I ricercatori hanno scoperto che questi giovani sono stati colpiti in modo sproporzionato. La loro disabilità, unita alla povertà e alla mancanza di preparazione ai disastri, significava che affrontavano un rischio maggiore di depressione, ricadute e persino fame. Lo studio suggerisce che quando una crisi colpisce, i più vulnerabili sono spesso i primi a cadere nelle crepe. L' "infodemia" di informazioni confuse, l'impossibilità di seguire rigorose norme di distanziamento sociale in case affollate e la improvvisa perdita del supporto comunitario hanno creato una tempesta perfetta di ansia.

Tuttavia, il documento non si limita a elencare problemi; indica una strada da seguire. I ricercatori sostengono che i futuri piani di crisi debbano includere le persone con disabilità psicosociali fin dall'inizio. Suggeriscono di utilizzare la "Riabilitazione Basata sulla Comunità" (CBR), che è come costruire un team locale di aiutanti che conoscono il quartiere e le persone che lo abitano. Questi aiutanti, o gestori di casi, potrebbero coordinare il supporto, assicurando che quando scoppia una crisi, le persone giuste ricevano l'aiuto giusto — che si tratti di cibo, medicine o semplicemente di qualcuno con cui parlare. Lo studio sottolinea che non possiamo limitarci a lanciare soluzioni generiche per tutti; abbiamo bisogno di meccanismi mirati e inclusivi che comprendano i bisogni unici di chi vive con sfide di salute mentale.

In definitiva, questo documento è un promemoria del fatto che quando il mondo si ferma, le persone che hanno più bisogno di supporto sono spesso quelle che ricevono meno aiuto. I giovani in Zimbabwe non si sono limitati a sopravvivere alla pandemia; hanno navigato in un labirinto di paura, confusione e isolamento che era molto più complesso per loro rispetto agli altri. Le loro storie ci dicono che, per costruire un mondo pronto per la prossima crisi, dobbiamo assicurarci che i ponti siano abbastanza forti per tutti, specialmente per coloro le cui città sono le più fragili.

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