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Liminality and Belonging among Muslim-Origin Youth in Europe: Rethinking Radicalisation through Experiences of Societal Exclusion

Basandosi su interviste condotte con giovani di origine musulmana in quattro paesi europei, questo articolo sostiene che la radicalizzazione sia meglio compresa come una potenziale risposta a una prolungata esclusione sociale e liminalità, dove l'identificazione religiosa funge spesso da fonte vitale di dignità e appartenenza piuttosto che da indicatore di ideologia estremista.

Autori originali: Ayhan Kaya

Pubblicato 2026-08-20
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Autori originali: Ayhan Kaya

Articolo originale sotto licenza CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/). Questa è una spiegazione generata dall'IA dell'articolo qui sotto. Non è stata scritta né approvata dagli autori. Per precisione tecnica, consulta l'articolo originale. Leggi il disclaimer completo

Nello studio di come le persone si inseriscano nella società, i ricercatori hanno a lungo osservato il momento in cui qualcuno passa da una cultura all'altra. Spesso immaginano questo passaggio come un ponte temporaneo, un breve periodo di attesa prima che una persona si stabilisca pienamente in una nuova casa. Questa idea, nota come liminalità, suggerisce che lo stato di essere "nel mezzo" sia solo una fase che alla fine passa. Tuttavia, una nuova linea di ricerca suggerisce che per molte persone questo stato intermedio non finisce. Al contrario, diventa un modo di vivere permanente, in cui una persona è legalmente cittadina di un paese ma è trattata come uno straniero nella propria vita quotidiana. Quando le persone sentono di essere costantemente all'esterno a guardare dentro, spesso cercano un senso di appartenenza altrove. Questa ricerca può talvolta condurle verso comunità molto unite o forti identità religiose. Comprendere questo processo è fondamentale perché sfida la comune convinzione che le persone si rivolgano a visioni politiche estreme semplicemente perché sono arrabbiate o poco istruite. Al contrario, suggerisce che la spinta al senso di appartenenza sia un potente bisogno umano che può essere innescato dal sentimento silenzioso e persistente di non essere pienamente accettati.

Un ricercatore guidato da Ayhan Kaya dell'Università Bilgi di Istanbul si è posto l'obiettivo di comprendere questa dinamica tra i giovani di eredità musulmana in Europa. Volevano sapere come questi giovani adulti, nati e cresciuti in paesi come Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi, diano un senso al proprio posto nella società. Il ricercatore ha condotto 151 conversazioni approfondite e private con giovani uomini e donne, principalmente tra i 18 e i 30 anni, che si identificavano come musulmani e avevano origini turche o marocchine. Il ricercatore non ha cercato persone coinvolte in violenza o criminalità. Al contrario, ha cercato giovani che riflettevano profondamente sulla propria identità, sulla propria fede e sul proprio posto nel mondo. L'obiettivo era ascoltare le loro storie e vedere come le loro esperienze quotidiane di esclusione modellassero le loro scelte.

Lo studio ha scoperto che per molti di questi giovani, il sentimento di essere un estraneo non è una fase temporanea ma una condizione duratura. Nonostante possiedano passaporti e abbiano vissuto in questi paesi per tutta la vita, incontrano frequentemente discriminazioni nelle scuole, al lavoro e per strada. Sono spesso stereotipati come potenziali minacce o fondamentalisti, indipendentemente dal loro comportamento effettivo. Ciò crea un senso di incertezza e umiliazione. Il ricercatore ha osservato che questo costante stato di essere "tra due mondi" — formalmente inclusi come cittadini ma socialmente esclusi — costringe i giovani a cercare una casa di un tipo diverso. Ha scoperto che per la maggior parte dei giovani intervistati, rivolgersi alla religione non era un passo verso la violenza o l'estremismo. Al contrario, era un modo per trovare dignità, chiarezza morale e un senso di autostima in un mondo che spesso li faceva sentire invisibili o sospetti.

Quando questi giovani parlavano della loro fede, la descrivevano come una fonte di forza personale e una guida su come essere una brava persona. Una giovane donna nei Paesi Bassi ha spiegato che la sua religione le insegnava la pazienza, come prendersi cura dei vulnerabili e come prendere decisioni giuste. Un altro giovane a Parigi ha descritto la partecipazione a proteste per cause come la Palestina non come una strategia politica per la guerra, ma come un modo per gridare la propria rabbia e mostrare che erano una comunità che si preoccupava della giustizia. Il ricercatore ha notato che queste espressioni di fede e solidarietà erano spesso una reazione al fatto di essere trattati come meno che uguali. I giovani non stavano abbandonando le loro identità europee; stavano cercando di riparare il danno causato da una società che rifiutava di vederli pienamente. Usavano le loro comunità religiose per costruire un senso di appartenenza che la società più ampia aveva loro negato.

Lo studio ha anche evidenziato come l'esperienza dell'esclusione vari tra uomini e donne, pur portando a simili sentimenti di essere fraintesi. Le giovani donne musulmane spesso riferivano che la scelta di indossare il velo era scrutata più di qualsiasi altro aspetto delle loro vite. Sentivano che la società si concentrava sul loro abbigliamento piuttosto che sulle loro capacità o sulla loro umanità, assumendo spesso che fossero costrette a indossarlo o che questo limitasse il loro potenziale. In risposta, molte donne descrivevano il loro velo come un simbolo della propria agenzia e dignità, un modo per definire se stesse secondo i propri termini piuttosto che accettare le etichette che gli altri cercavano di imporre loro. Allo stesso modo, i giovani uomini spesso si sentivano guardati con sospetto, in particolare in seguito a eventi globali che li dipingevano come potenziali minacce. In entrambi i casi, il sentimento di essere costantemente giudicati e identificati erroneamente li spingeva a cercare comunità in cui si sentissero compresi e rispettati.

Il ricercatore ha concluso che il percorso verso la radicalizzazione politica non è una linea retta causata dalla povertà o dall'indottrinamento religioso. È invece spesso una risposta a un profondo, irrisolto sentimento di non appartenenza. Quando le persone sentono che la loro cittadinanza è condizionata e che non saranno mai veramente viste come uguali, possono rivolgersi ad altre comunità che offrano loro riconoscimento e un senso di scopo. Per la stragrande maggioranza dei giovani intervistati, questa ricerca di appartenenza rimaneva pacifica e focalizzata sulla guida morale e sul supporto comunitario. Lo studio suggerisce che per comprendere davvero perché alcune persone possano rivolgersi a visioni estreme, la società deve prima affrontare le esperienze quotidiane di esclusione e discriminazione che le fanno sentire come estranee nelle proprie case. Focalizzandosi sulla creazione di una società in cui tutti si sentano pienamente riconosciuti e inclusi, il bisogno di cercare l'appartenenza in forme più estreme potrebbe naturalmente diminuire.

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