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Knowing the Unknown: Metaphor and Science in Aristotle, Kant and Hanson

Questo articolo contesta la visione della metafora come mera figura retorica sostenendo, attraverso un dialogo sistematico tra Aristotele, Kant e Hanson, che la metafora svolga una funzione epistemica costitutiva essenziale per la scoperta scientifica quando l'indagine si confronta con fenomeni che eccedono gli schemi concettuali esistenti.

Autori originali: Gonzalo Martin, Martin Heredero, Alfredo Marcos

Pubblicato 2026-08-31
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Autori originali: Gonzalo Martin, Martin Heredero, Alfredo Marcos

Articolo originale sotto licenza CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/). Questa è una spiegazione generata dall'IA dell'articolo qui sotto. Non è stata scritta né approvata dagli autori. Per precisione tecnica, consulta l'articolo originale. Leggi il disclaimer completo

Per secoli, una quieta tensione è esistita tra il linguaggio della scienza e il linguaggio della poesia. Ci si aspetta che la scienza sia precisa, letterale e univoca, descrivendo il mondo esattamente com'è, senza l'ornamento di immagini o confronti. La metafora, al contrario, è stata spesso liquidata come uno strumento decorativo per scrittori o un semplice ausilio didattico, qualcosa da scartare una volta stabiliti i fatti concreti. Questa visione suggerisce che parlare scientificamente significhi parlare senza metafore. Tuttavia, una nuova analisi sfida questa visione radicata, proponendo che la metafora non sia semplicemente un modo per abbellire fatti noti, ma un motore fondamentale per scoprire l'ignoto. Quando gli scienziati incontrano fenomeni che i loro strumenti e concetti attuali non riescono a spiegare, non si fermano semplicemente; ricorrono alla metafora per costruire nuovi modi di vedere. Questo processo non consiste nell'inventare finzione, ma nel trovare un ponte tra ciò che è già compreso e ciò che rimane un mistero, permettendo alla mente di organizzare nuove esperienze e individuare schemi precedentemente invisibili.

Il saggio, intitolato "Conoscere l'Ignoto: Metafora e Scienza in Aristotele, Kant e Hanson", riunisce tre pensatori di epoche molto diverse per dimostrare che questo affidamento alla metafora è una caratteristica universale della scoperta scientifica. Gli autori, Gonzalo Martin, Martin Heredero e Alfredo Marcos, non si limitano a elencare esempi storici; costruiscono un argomento sistematico mostrando come la metafora funzioni come uno strumento cognitivo necessario ogni volta che la conoscenza letterale incontra un limite. Essi esaminano l'opera di Immanuel Kant, il filosofo del diciottesimo secolo che ha interrogato i limiti della comprensione umana; di Norwood Russell Hanson, un filosofo della scienza del ventesimo secolo che ha studiato come gli scienziati osservano effettivamente il mondo; e di Aristotele, l'antico filosofo greco che ha analizzato per primo come il linguaggio plasma il pensiero. Nonostante le loro diverse origini, tutti e tre convergono sulla stessa conclusione: la metafora non è esterna alla razionalità scientifica, ma è una delle condizioni che rendono possibile la scoperta scientifica.

L'argomento inizia con Kant, il quale riconobbe che la comprensione umana ha confini rigorosi. Le nostre menti sono naturalmente predisposte a spiegare le cose attraverso la causa e l'effetto, come una macchina in cui una parte spinge un'altra. Tuttavia, quando guardiamo agli organismi viventi, questa visione meccanica spesso fallisce. Una pianta o un animale non si comportano come un orologio o un sistema di ingranaggi; le loro parti esistono in funzione del tutto, e esse creano se stesse in un modo che una macchina non può fare. Kant sostenne che quando i nostri concetti standard si esauriscono, dobbiamo ricorrere a un tipo speciale di immagine mentale, che egli chiamò "presentazione simbolica". Questa non è una descrizione letterale, ma un modo di pensare a un essere vivente come se fosse il prodotto di un progettista saggio, anche se non possiamo provare l'esistenza di tale progettista. Questo pensiero metaforico non ci inganna; piuttosto, permette agli scienziati di proseguire la loro indagine sulla complessità della vita quando una spiegazione puramente meccanica è impossibile. Esso agisce come una guida, permettendo al ricercatore di navigare l'oceano tempestoso dell'ignoto senza naufragare nei limiti dei propri concetti.

Il saggio si sposta poi su Hanson, che ha spostato l'attenzione da come pensiamo a come vediamo. Hanson sostenne che non esiste una osservazione "pura" in cui uno scienziato si limiti a registrare ciò che i suoi occhi vedono senza alcuna conoscenza pregressa. Al contrario, ciò che vediamo è sempre "carico di teoria", il che significa che le nostre credenze e i nostri concelli preesistenti plasmano la nostra visione. Per illustrare questo, gli autori discutono il famoso caso di Galileo e Thomas Harriot, che entrambi guardarono la Luna attraverso un telescopio all'inizio del diciassettesimo secolo. Videro le stesse chiazze di luce e di ombra, ma non videro la stessa cosa. Galileo, formato come artista, riconobbe i modelli di luce e ombra come rilievo topografico, vedendo montagne e valli. Harriot, privo di quel quadro di riferimento specifico, vide solo una superficie piatta e screziata. Fu solo dopo che Harriot vide i disegni di Galileo, che utilizzavano il linguaggio dell'arte per descrivere la Luna, che poté "vedere" le montagne egli stesso. Ciò dimostra che la metafora e l'analogia non sono solo parole aggiunte a posteriori; sono le cornici stesse che ci permettono di organizzare la nostra esperienza visiva e scoprire nuove entità. Senza il salto metaforico di vedere la Luna come un paesaggio, le montagne sarebbero rimaste invisibili.

Infine, gli autori tornano ad Aristotele per scoprire il profondo meccanismo cognitivo dietro queste intuizioni. Per Aristotele, la metafora non era un fregio retorico, ma un potente strumento di apprendimento. Egli la definì come la capacità di riconoscere una somiglianza tra due cose che sono altrimenti molto diverse. Quando uno scienziato usa una metafora, non sta solo facendo un paragone; sta compiendo un atto di scoperta, individuando una connessione reale e oggettiva che permette di trasferire la conoscenza da un'area familiare a una sconosciuta. Il saggio nota che, sebbene Aristotele insistesse su definizioni precise e letterali per le prove finali della scienza, i suoi stessi scritti biologici erano ricchi di metafore e confronti. Questo non era una contraddizione, ma una necessità. Quando le rigide regole della dimostrazione non potevano ancora spiegare un nuovo fenomeno, la metafora era l'unico modo per cogliere un barlume della verità. Essa permetteva allo scienziato di vedere la forma dell'ignoto prima di poterlo definire con termini esatti.

La sintesi di queste tre prospettive rivela una verità potente su come progredisce la scienza. Gli autori sostengono che l'opposizione tra il linguaggio scientifico e il linguaggio metaforico sia falsa. La metafora non segna il limite della razionalità; è lo strumento stesso che permette alla razionalità di espandersi. Quando i concetti stabiliti cessano di essere sufficienti per comprendere la realtà, il pensiero metaforico apre nuove strade di indagine. Esso consente agli scienziati di riorganizzare la propria esperienza, di vedere oggetti familiari in modi nuovi e di trovare le somiglianze nascoste che portano alla scoperta. Che si tratti di pensare a una cellula vivente come a un sistema auto-organizzante, di vedere la Luna come un paesaggio o di riconoscere un modello in un sogno, l'atto di conoscere l'ignoto si basa sulla capacità di immaginare una connessione dove prima non era visibile alcuna. In questa visione, lo scienziato non è un registratore passivo di fatti, ma un esploratore attivo che usa la metafora per costruire i ponti che conducono dal noto all'ignoto.

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